Mia moglie, sostiene che l’ospedale nel quale svolgo del volontariato ed analogamente dirigo l’associazione degli “AMICI DEL CUORE PIEMONTE” , è diventata la mia seconda casa. Non so se lo sostiene per gelosia o per altri motivi, ma è indubbio che per me il reparto di cardiologia 2 è diventato un luogo familiare, nel quale posso esprimere un qualcosa che mi aiuta a rendermi utile al mio prossimo.

Molte volte, quando posso dare un aiuto ad una persona che mi chiede anche solo di acquistarle un giornale nell’edicola, questo semplice gesto diventa quasi un simbolo, un modo per essere in qualche modo di sostegno per coloro che sono malati, che sono spaesati e fuori dal loro abituale ambiente.

Non è facile però trasformare un reparto ospedaliero in un luogo ameno e familiare nel quale poter vivere e guarire. Il volontario che svolge questa funzione, oltre ad essere di supporto al personale paramedico, deve cercare d’installare nel paziente ricoverato un clima di amicizia, di confidenza. Può sembrare facile farlo a parole, ma è invece estremamente difficile essere veramente d’aiuto verso coloro che soffrono, che hanno male e che sono in questo luogo solo per guarire, che sono entrate in ospedale non certo per loro desiderio, ma solo per necessità e quindi non vedono l’ora di andarsene a casa.
Quando ho preso la presidenza degli AMICI DEL CUORE PIEMONTE la prima cosa che ho cercato di fare, attraverso i volontari del reparto di Cardiologia è stata quella di trovare il modo di migliorare il soggiorno dei pazienti che vi erano ricoverati. Questo è stato il mio primo vero obiettivo.
Come farlo, cosa pensare d’ottenere dal punto di vista pratico, mi sembrava abbastanza facile da ottenere. Invece man mano che trascorreva del tempo e approfondivo le mie conoscenze di gestione stessa del reparto, guardando come si svolgevano le varie procedure ospedaliere ed analogamente chiedendo consigli sia ai medici presenti, sia ai vari Capi-reparto, mi rendevo conto che il mio compito diventava sempre più difficile ed impegnativo.

Non avevo, ad esempio, capito che un paziente che non conosce nessuno in quel luogo, non ha nessuna intenzione di dialogare con uno sconosciuto. Il dolore, la sofferenza, il luogo, tutto lo preoccupa e non ha quindi nessuna voglia di fare altre conoscenze.


Il suo unico problema è quello di guarire, i suoi obiettivi sono solo rivolti a stare bene ed a ritornare al più presto possibile tra le sue mura domestiche.

Questo stato d’animo che ho riscontrato in quasi tutti i pazienti che ho incontrato in tutti questi anni di volontariato, è palese e anche alcuni tentativi fatti per coinvolgerli in incontri informali nella auletta del reparto che il primario gentilmente mi ha dato la possibilità d’usare, non hanno prodotto alcun risultato.

Ho dovuto rinunciare ad indire riunioni di questo genere, in quanto non solo sono state mal comprese dai ricoverati in via di guarigione, ma sono state addirittura interpretate come un metodo di pura “propaganda” per fare nuovi Soci.
Analogamente anche una parte del personale ospedaliero ( fortunatamente si tratta di eccezioni) che non conosce i rapporti che si sono installati tra il primario ed i volontari tende ad interpretare la nostra presenza quasi come fossimo dei soprusi e qualche volta ci fanno anche apparire come una presenza scomoda, quasi da farci sembrare delle “spie” al servizio della direzione.
Ovviamente queste sono solo delle sensazioni che con il tempo si annullano, spariscono, ma ritornano ogni volta e si evidenziano quasi sempre quando una persona nuova entra a far parte dei volontari presenti in un reparto.
Quindi occorre scoprire quale metodo adottare per fare in modo che il paziente ricoverato nel reparto, si metta immediatamente in contatto con i nostri volontari per ottenere quell’aiuto, quel conforto che entrando in ospedale ne sente il bisogno.
Mesi orsono ho distribuito nel reparto per oltre 3 mesi un questionario anonimo dove invitavo i ricoverati ad indicarci che cosa potevano fare i volontari per migliorare in qualche modo il loro “soggiorno” in ospedale.

A parte qualche battuta che ho ricevuto del tipo: “ ah…non sapevo neppure che nel reparto esistessero dei volontari” la maggior parte delle persone che hanno risposto, sia uomini che donne hanno indicato almeno nell’80% dei questionari, che tutti desideravano come obiettivo primario che noi svolgessimo la funzione di “ascolto” cioè in pratica diventassimo degli psicologi e che ogni giorno trovassimo il tempo per recarci da ogni singolo ricoverato per assisterlo, quasi in modo spirituale per poter trarre fiducia e speranza di guarigione.
Qualche volta, lo confesso, ho potuto installare un colloquio confidenziale con un certo numero di pazienti, soprattutto quelli che erano in via di guarigione e quindi erano più propensi al dialogo, al confronto, alla discussione. Nella maggior parte dei casi invece, questo rapporto confidenziale non è avvenuto, ma non ho potuto neppure iniziare ad attuarlo.

Non ne conosco i motivi, ma ho trovato estremamente difficile cercare d’ entrare, in qualche modo con una persona sconosciuta non dico in confidenza, ma anche solo per stabilire un dialogo quasi impersonale del tipo” Come si sente stamani? “ oppure “ha avuto notizie di quando verrà dimesso/a? “ “ha bisogno di qualcosa che posso fare per lei” e così via.

L’ATTUALE AMBIENTE OSPEDALIERO